LA ROSSA PRIMAVERA

Ovvero, di ricorrenze e memoria storica, in Emilia.

E niente.
Ieri sera abbiamo portato Bibo a sentire le Mondine di Novi.
Adesso come ve lo spiego il groppo in gola che mi attanaglia da ieri sera?! Un misto di orgoglio, radici, futuro, lacrime, sangue, tristezza, sudore e coraggio. Non so.

Mi sono commossa nel profondo. Mi sono ritrovata a piangere quando hanno cantato la canzone dei Fratelli Cervi. Ve ne riporto un pezzettino:

“Nuvola Lampo e Tuono non c’è perdono per quella notteche gli squadristi vennero e via li portarono coi calci e le botte
Avevano un saluto e degli abbracci quello più forte
Avevano lo sguardo quello di chi va incontro alla sorte
Sette figlioli sette sette fratelli a chi li do
ci disse la Pianura questi miei figli mai li scorderò
Sette uomini sette sette ferite e sette solchi
ci disse la pianura i figli di Alcide non sono mai morti
In quella pianura da Valle Re ai Campi Rossi
noi ci passammo un giorno e in mezzo alla nebbia
ci scoprimmo commossi.”

Modena City Ramblers, “La Pianura dei Sette Fratelli”

Comunque, core de mamma frignona, ho avuto un moto di gioia immenso nel vedere Bibo dirigere il coro e ballare al ritmo di “Fischia il vento”. Ovviamente mangiando nel frattempo un crostino di pane. Germogli di multitasking.

C’erano tanti bimbi. Forse qualcuno sta piantando i semi giusti per il loro futuro. Ci spero.

Anche se non sarà proprio rossa fuoco almeno, sarà una nuova Primavera!

mondine

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Aspetto e spero

Aspetto.

Guardo il telefono ed aspetto che squilli.

Aspetto.

Sono qui, nel mio ufficio nuovo, con vista sul parco e luce che inonda la stanza. Avrei voluto raccontarvi di novità belle.

E invece aspetto che squilli il telefono.

Spero che diluiscano la mia ansia con buone notizie.

Spero che il nostro Pablo tiri fuori le unghie. Spero che il mio gattone buono come il pane sopravviva alla macchina che lo ha investito.

Spero che la persona responsabile di tutto questo dolore sia colta da incontinenza fecale vitalizia.

Aspetto e spero.

Che io non lo so, come sarebbe la vita a Casa Gombi, senza Pablo. Senza Pitu, come lo chiama Bibo.

Aspetto. E spero.

Pablo

A ME RICORDI IL MARE

OVVERO, DI UNA PASQUETTA PERFETTA.

Cosa fai quando per quasi una settimana il tempo è stato pessimo e la pioggia ha imperato per tutto il weekend? 

Ovvio, ti svegli a Pasquetta senza programmi, ciondoli un attimo tra colazione, Lego e divano, poi dopo il caffé organizzi una fuga dell’ultimo minuto.

Mare o monti?! Mare. Via! Partiamo che sento già l’acquolina in bocca al pensiero del fritto misto a pranzo. Bia! Come dice Bibo. Bia, andiamo!

   

    

     

Ed il mare era sempre lì, al suo posto. Onda dopo onda. 

Ed il vento ci ha spettinati.

Ed il sole ci ha riscaldati.

E abbiamo raccolto conchiglie, fatto scorta di legnetti, abbiamo scavato nella sabbia, corso, disegnato mappe del tesoro con un bastoncino.

C’erano pure gli ossi di seppia. E via di ricordi, e Montale e tornare bambini in un attimo.

Siamo rientrati stanchi morti. Felici. Con il naso rosso. Vivi. Con la pelle che profumava di felicità.

Una Pasquetta perfetta.

Grazie, Mare. A presto!

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PANE E BURRO

Cosa vi viene in mente se vi dico “Pane e Burro”?! Un locale supertrend dove fare un apericena (che è una di quelle cose che ci porteranno all’estinzione e ce lo saremo pure meritati) oppure, un pomeriggio a caso della vostra infanzia, con un adulto che vi preparava amorevolmente la merenda?

Io penso alla merenda. Penso alla mia mamma, alla mia nonna, penso a manimai ferme che tagliano, imburrano e poi, con un movimento quasi magico, aggiungono un pochino di zucchero come coccola finale. Et voilà, la merenda è servita.

Ecco, io ve lo devo dire, per Bibo mi auguro cose buone e semplici come quelle merende lì, quei ricordi lì, che non sai nemmeno tu di avere in testa (o forse nel cuore) ma che arrivano a bussare alla tua porta alla domenica sera, mentre la casa è in silenzio e dormono già tutti nel lettone. Tutti tranne te, che rimani sveglia, un po’ tesa, un po’ impaziente, molto emozionata, ad aspettare che il tuo primo pane a lievitazione naturale sia pronto per essere infornato. Diciamola tutta, il tuo primo pane in assoluto. Tra un occhio a Grey’s Anatomy ed una coccola al gatto. L’unico rimasto a farti compagnia.

Era da un pochino che corteggiavo il pane fatto in casa, sbirciando le macchine del pane a casa degli amici, curiosando tra i blog di cucina, tentennando tra un se ed un ma, saltellando sulle alternative tra pasta madre, lieviti chimici per la serie mi piace vincere facile e il cremor tartaro (che io immagino un po’ baffuto, alla Gengis Khan, voi no?).

Tergiversavo tra i soliti “non ce la posso fare”, “troppo impegno”, “pare di avere un altro figlio in casa”. What?! Un altro figlio?! Non scherziamo. Non ho tempo.

E poi la spinta, la scelta più naturale. La pasta madre. O meglio, il PASTA MADRE DAY 2015, festeggiato al TOMA & TOMI di Carpi (MO) due domeniche fa, il 15 Marzo, ed in contemporanea in tutta Italia.

Una giornata bellissima, ricca, stimolante e anche un pochino British. Sì, perché super ospite della giornata era la mia adorata Antonella Gigante, dritta dritta da Cambridge (con tappa milanese per il compleanno di Alice, di cui si parla anche qui) per presentare il suo libro, Romeo & Julienne. E già abbracciare di nuovo Antonella era un motivo sufficiente no? Ma tanto per strafare al T&T c’era anche Daniela Albertini, donna dalle mani in pasta che ci ha regalato non solo la propria esperienza, ma anche piccoli vasetti di pasta madre. Da portare a casa. Ci credereste mai? Un vero e proprio “spaccio” di gesti, amore per le cose buone e lente, speranze e vita.

Utilizzare la pasta madre, fare il pane, per come la vedo io, è un po’ come impastare la vita, mettendoci dentro qualcosa di noi ed attingendo allo stesso tempo dalle energie ancestrali che fanno girare il mondo.

Gianni Rodari lo dice indubbiamente meglio di me.

S’io facessi il fornaio vorrei cuocere un pane così grande da sfamare tutta, tutta la gente che non ha da mangiare.

Un pane più grande del sole, dorato, profumato come le viole.

Un pane così verrebbero a mangiarlo dall’India e dal Chilì i poveri, i bambini, i vecchietti e gli uccellini. Sarà una data da studiare a memoria: un giorno senza fame! Il più bel giorno di tutta la storia.

Uff. Mi gira un po’ la testa. Un sacco di emozioni in movimento, questa pasta madre!

Lasciatemelo dire, oggi fare colazione con pane fresco, burro e marmellata non mi è mai sembrato così bello. E così buono!

Papo e Bibo, se ve lo stavate chiedendo, hanno fatto il bis.

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ESSERE PAPO

Le risate matte.

Costruzioni di Lego fantascientifiche.

La pappa sgraffignata.

Il caffè da portare insieme alla mamma.

La spesa in Coop che diventa una roba da maschi.

Gli spruzzi nella doccia.

Le corse al water per fare la “tatta” nel water.

Le corse per il corridoio.

Un altro biscotto.

Gli scherzi.

Le parole nuove e buffe.

La complicità tutta maschile che mi taglia fuori e mi riempie il cuore.

Rientrare a casa dopo una serata con le amiche e trovarvi nel lettone a dormire nella stessa identica posizione.

Gli occhi. Brillano e si riflettono identici gli uni negli altri.

I dinosauri mangiamele.

Leggere un libro prima di fare la nanna. E poi un altro. E un altro ancora.

Una mano grande ed una piccolina che ci si incastra dentro alla perfezione.

Mille e un modo di essere padre e figlio.

Ed io, che fino a due anni fa se sentivo la parola “papà” pensavo solo “mamma”, vi guardo, e mi commuovo. E imparo un amore nuovo. E sono orgogliosa, gonfio il petto innamorata. E mi sembrate una potenza della natura. E mi sembra un miracolo poter allungare la mano e toccarvi. Sapervi miei e miei soltanto. I miei amori grandi. Anzi, grandissimi.

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DALL’ALBA AL TRAMONTO

Ovvero: la mia giornata con Bibo.

Ore 6 (barra 7 nei giorni di grazia. E comunque mai nei fine settimana.): SVEGLIA. Via, tutti giù dal letto, facendo ben attenzione a distruggere almeno uno zigomo della mamma ed assestare un calcio rotante sotto al mento di Papo. Che se no non c’è gusto.

Ore 6:15 con variabile di mezz’ora: COLAZIONE. Vuoi i tototti? No. Vuoi il latte? No. Vuoi i pallini (detti anche cereali)? No. Vuoi la torta che abbiamo fatto ieri insieme? No. Vuoi la briciola di pane rimasta nel piatto di Papo per sbaglio? Sì. E pianto un casino se non me la date. Subito.

Ore 6:30: CAMBIO. Con ampia gamma di strilli e contorsioni. Roba che alle volte penso si sia studiato gli allenamenti di Jury Chechi e della Comaneci solo per inventare una nuova disciplina olimpionica: il salto del pannolino. Dovreste vederlo.

Dalle 7 alle 8 abbiamo un paio di tentativi di lavaggio dei denti e del muso. Bibo vieni qui che ci laviamo i denti. No. Dai, per piacere! No. E via con una sinfonia di toni più o meno dolci e simpatici fin a che il nano non viene placcato da Papo e bene o male si rende presentabile per il nido.

Ore 8:05: Bibo viene scaricato, premurosamente eh, alle Tate, sempre siano lodate. E per quattro ore la sottoscritta va a rilassarsi al lavoro.

Ore 13:20: Torno a casa e mi si accoglie con urla modello Tarzan nella jungla. NANEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEIN. NANEEEEEEEEEEEEEIIIIIIIIIIIIIN. NANEIN! (Che tradotto dal Bibese sarebbe più o meno “Per piacere Mamma mi metti a nanna che sono un po’ stanchino?)

Qui le possibilità sono multiple.

A. Decide che dormire almeno un’ora è accettabile e io riesco a pranzare.

B. Decide che posso tranquillamente saltare il pranzo, visto che mi lamento della ciccia in eccesso, e si sveglia ad intervalli regolari di 15 minuti. Precisi.

C. Decide di essere meravigliosamente magnanimo e mi regala tre ore di nanna (quasi) ininterrotta durante le quali mi aggiro per casa come una ninja tentando di portare avanti bucato, cena ed altre amenità, votandomi alle divinità del silenzio e pregando forte che il postino non suoni due volte.

Quindi il risveglio e all’incirca a metà pomeriggio abbiamo il rito della MERENDA.

Adesso, sinceramente, questo bimbo al nido è conosciuto come “La Fogna”. Ha sempre mangiato tutto. Due volte, perché non si sa mai arrivi una carestia improvvisa e ci colga impreparati. Quindi questo periodo di rifiuto del cibo mi ha messa in profonda crisi. Solo yoyo. Lo yoghurt. Non vuole altro. E che sia servito nella sua coppetta preferita o rotoleranno delle teste (leggi: la mia).

Sbrigata bene o male la faccenda della merenda, ci si dedica alla meglio parte della giornata.

IL CASINO. Ovvero, come far impazzire la mamma in modo che quando Papo rientra dal lavoro la casa e la mamma diano l’idea di essere state colpite da un ciclone con mare forza nove.

E qui il nanetto da il meglio di se.

Corre per la casa ridendo come un matto e brandendo un pennello da blush come se fosse la spada laser di giovane Padawan.

Svuota, ripetutamente, la scatola dei Lego gettando ogni singolo pezzo in remote galassie parallele dove verranno recuperate più o meno in tempo per la festa dei suoi 18 anni.

Se lo trova a portata di mano, sminuzza meticolosamente un intero pacchetto di fazzoletti di carta. E per i vari pezzettini che ne derivano vedi sopra.

Decide di riarredare il salotto a suo personale ed insindacabile giudizio, smontando tutti i cuscini del divano in combinazioni improponibili. E qui, se siamo fortunati, qualche pezzo dei Lego effettivamente viene riesumato.

Si mette a preparare la pappa con pentolini e tutto quello che trova mentre io, orgogliosa e sull’orlo delle lacrime mi informo sull’età minima per partecipare a Masterchef. Che lo so, è pronto, io ce lo vedo.

Ritorna da me con cadenza costante per reclamare un biscotto. Per poi buttarlo per terra se cedo e gliene allungo uno. Questo ogni 15 minuti.

Importuna il gatto. Cerca di dargli il tonno di plastica. Ci rimane malissimo perché la povera bestiola gira le terga e scappa fuori di casa.

Si soffia in naso sul rivestimento del divano. O sul cuscino della sedia a dondolo. O sui miei pantaloni. Ad libitum.

In tutto questo io lancio occhiate languide all’orologio, sperando che succeda il miracolo e Papo compaia sulla porta a salvare il mio già precario equilibrio mentale.

Finalmente arrivano le 18. Arriva Papo. Sentiamo le chiavi girare nella toppa e Bibo si avventa urlando sull’ignaro papone facendomi sentire di troppo. Io, che in tutta la giornata non sono nemmeno libera di andare in bagno senza avere Bibo incollato come una cozza al proprio scoglio. Tzè.

18:30: BAGNETTO. E qui tutto fila bene o male liscio come l’olio. L’acqua ci piace. L’asciugacapelli è nostro amico. Il pannolino sempre meno. Vedi alla voce cambio e ripeti come sopra.

19 in punto guai a sgarrare: CENA. Amore ho fatto il risotto. Yoyo. Mannaggia a tutte le mucche da latte del mondo.

19:30 – 20: GIOCHI CON PAPO. E sono risate assicurate.

Poi in una tirata unica abbiamo la sequenza PIGIAMA – GOCCE DI FLUORO – LETTURA DEL LIBRO PREFERITO DEL MOMENTO – ACQUA – CIUCCIO – NANNA.

Guai ad invertire i fattori perché il risultato potrebbe cambiare. Tragicamente.

Se siamo fortunati alle 21 Papo ed io crolliamo sul divano e BUONANOTTE AL SECCHIO.

E dire che, una volta, alle nove di sera, più o meno cominciavano le nostre giornate da gggggiovani leoni.

LA RADIO

La radio, ma quanto piace a noi Gombi, la radio?

Un sacco. Ve lo dico chiaro e tondo. un sacco e una sporta, come si dice da noi.

La radio si accende con noi e per noi la mattina, mentre facciamo colazioni insieme e Bibo gorgheggia di “tototti” e “yoyo” (che tradotto dal Bibese sarebbero i biscotti e lo yoghurt) – sì, stiamo attraversando una fissa da yoghurt non indifferente. Se lasciassimo scegliere a lui sarebbero yo yo a colazione pranzo e cena. E merenda anche!

La radio è con noi.

Io canticchio stonata, Papo mi sfida a riconoscere le canzoni alla prima nota e Bibo tiene il tempo dondolandosi sulla sedie. Una famiglia di matti insomma.

La radio è accesa anche in bagno e l’ascoltiamo in stereo da stanza a stanza, nel nostro castello da quattromila stanze. Ironia portami via. Ormai ha completamente sostituito il televisore, che langue impolverato e occupa spazio utile con il suo sorpassato tubone catodico.

Abbiamo ovviamente una radio del cuore e un paio di giorni fa stavano chiedendo agli ascoltatori di raccontare la notte più memorabile della loro vita.

E io sono ancora qui che ci penso.

Il primo ricordo, affiorato come una bollicina, è stato quello di una notte del viaggio di nozze. Eravamo nella Death Valley e, in piena notte, saranno state circa l’una o le due, Papo ed io ci siamo ritrovati a fare bucato in una lavanderia deserta. Nessuno intorno a noi. Solo il silenzio e un immenso cielo stellato. Ci siamo sdraiati su delle panchine di legno che un pochino alla volta rilasciavano con un sospiro tutto il calore accumulato durante la giornata e siamo rimasti semplicemente lì, cullati dal rumore delle lavatrici a gettoni. Con il naso per aria a guardare la volta celeste in tutto il suo splendore. E a respirare.

Ah sì, quella è stata anche la notte in cui mi sonno innamorata. Innamorata perdutamente delle asciugatrici. Ma questa è un’altra storia.

Dico grazie alla radio, che fa da colonna sonora alle nostre giornate e ci regala sorrisi e riflessioni.

E adesso su, sputate il rospo. La vostra notte più bella?

Il/la primo/a che risponde “la prima notte in cui mio/a figlio/A ha dormito tutta la notte” vince.

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WISHLIST

Ciao, mi chiamo Silvia, vi ricordate di me?

Io poco. Nell’ultimo periodo mi sono ricordata un sacco di cose, o per lo meno, ci ho provato.

Mi sono ricordata delle riunioni dell’asilo di Bibo, mi sono ricordata che, dopo aver fatto le lavatrici, i panni sarebbe cosa buona e giusta raccoglierli e, non dico stirarli, ma almeno piegarli e metterli nel posto giusto. Mi sono ricordata di scongelare la carne per la cena e pure di spegnere il forno prima di bruciare i biscotti. O la pizza, dipende dal momento. Mi sono anche ricordata le scadenze lavorative e nel frattempo della visita dalla pediatra per il check dei 15 mesi. Mi sono ricordata di essere gentile con il prossimo, almeno per la maggior parte del tempo. Ovviamente le rotonde in tangenziale sono territorio a parte e lì tutto è permesso. La guerra è guerra.

Ma in tutto questo, mi sono ricordata poco di me stessa, di chi sono, o di chi avrei voluto essere.

Ho bisogno di un promemoria.

Quindi adesso metto su i Pearl Jam pianino pianino, che Bibo sta facendo un pisolino, ascolto “Wish List” e cerco di fare una lista tutta mia, per provare a ricordarmi di me.

Di sicuro so che vorrei viaggiare, molto di più di quanto la vita non mi permetta di fare.
Vorrei fare bungee jumpin’ da un ponte del diavolo perso in un paesaggio d’autunno sugli Appennini Emiliani.
Vorrei parlare chiaro alle persone, comunicare la gioia sempre, ma anche e soprattutto la rabbia ed il dolore. Tenere dentro le scoregge fa male, figuriamoci le emozioni! Esternate gente, esternate!
Ma niente loffe sui mezzi pubblici o in fila dal medico, please.
Vorrei imparare a lavorare ai ferri. Per ora faccio guazzabugli tutti di dritto, ma ci vorrà aggiunto un pochino di rovescio presto o tardi.
Vorrei fare dei pon pon perfetti.
Vorrei un aggeggio della Dremel, che non so nemmeno bene il nome ma so che ci farei cose inutili e meravigliose.
E poi vorrei uno studio grande e luminoso dove poterci smanettare mentre ascolto la musica a tutto volume. Femminile eh?!? Tutta un pizzo questa fimmena, lo dico sempre.
Vorrei avere più tempo.
Vorrei essere la mamma che mio figlio merita.
Vorrei una casa tutta nostra.
Vorrei il lusso di non dover dipendere dagli altri per le mancanze di uno Stato che sperpera le mie tasse insieme alle speranze di avere una vita migliore.
Vorrei essere più ferma nelle mie decisioni.
Vorrei portare avanti i progetti che inizio. Per il momento non sono riuscita nemmeno a portare avanti il Positivity Challenge su Facebook, c’è ampio spazio di miglioramento.

Vorrei una marea di cose eh?!
Troppe dite?
Sognare non costa niente e a sognare son sempre stata brava.

Ecco. Questa è una cosa di me che proprio voglio ricordare.
Sogna ragazza, sogna.

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TONDO

Ci sono giorni migliori di altri. Ci sono giorni di sole e giorni di pioggia. Ci sono giorni in cui sorridi, senza motivo, sorridi e basta, perché ti senti viva e il tuo bimbo batte le manine e tutto va bene. Ci sono giorni invece in cui respirare costa fatica. Ci sono giorni in cui andare al lavoro proprio no, e non c’è tazza di caffè che tenga. Ma poi una consolazione la troviamo, sempre. O quasi sempre. E andiamo avanti.

Posso guardare Bibo che dorme (finalmente!) e sorridere al pensiero dei suoi nuovi traguardi. Mi commuovo per tutto, piccoli momenti che rendono speciale il nostro quotidiano: Bibo che mi da un’occhiata, mi chiede la spazzola e poi inizia a spazzolarsi. Bibo che impara che cos’è un pomodoro. Bibo che mangia la cipolla cruda come fosse torta al cioccolato. Bibo che muove i primi passetti in giro per casa. Bibo. Bibo che tra poco avrà un anno. E io sono ancora qui che mi chiedo come?!Cosa?!Chi?!Quando?!Eh?!?
Bibo che è nato qui. In Italia. Che vive a Spilamberto, Modena. Spilla. Io lo dico sempre che “A Spilla la vita brilla”!
Bibo che è nato sano e fortunato. Così come siamo fortunati noi, ad essere i suoi genitori. Con un lavoro, una casa, due macchine addirittura. Con dei progetti per le vacanze, con castelli di sabbia, canotti e creme solari.

Ma io stamattina mi sono svegliata con un domandone enorme che sta facendo di tutto per farmi andare in ebollizione il cervello e quindi la sputo qui, la giro a voi, sperando che mi possiate aiutare a trovare una risposta. Una risposta valida.
Vado eh.
Ecco.
La mia domanda è: se il mondo è tondo, come mai c’è chi nasce dal lato sbagliato?

Come mai a Spilla la vita brilla, e in altre parti del mondo a brillare sono le mine?!I bambini non possono andare in spiaggia o giocare a pallone perché arriva piombo dal cielo. Perché noi rimaniamo affascinati dai fuochi d’artificio e un po’ più in la nel mondo occhi terrorizzati guardano il cielo che si illumina di bombe e crudeltà?
Perché ci sono mamme che devono organizzare funerali invece che valigie e vacanze?

Perché?

Se il mondo è tondo, come mai c’è chi nasce da lato sbagliato?

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PPP

Se esiste la DPP (Depressione Post Partum) è altrettanto vero ed inconfutabile che esiste il PPP (Peso Post Partum) e, di come le due cose possano essere strettamente interconnesse, lascio a voi decidere.

Fatto sta che a Casa Gombi siamo ad ormai 10 mesi dalla nascita di Bibo e il mio corpo è fonte di lunghi sguardi e ancor più lunghi sospiri. Ma mica di compiacimento, sapevatelo. No perchè, se di una cosa in questo momento sono più che certa (a parte il fatto che nel mese di Agosto sia impossibile potersi permettere una vacanza sul suolo italico…) è che lo specchio non mi rimanda un’immagine nemmeno lontanamente soddisfacente.

Qui in Emilia il caldo è arrivato. Estate piena alla prima settimana di Giugno – check. Ce l’abbiamo. Di botto.

E allora ci si sveste. Bye bye calze coprenti, addio maglioni ingolfanti, au revoir jeans armatura. Benvenute infradito, vi aspettavo gonne lunghe, vi temevo canottiere scopri magagne. Siamo nuovamente nella stagione della guerra all’ultimo deodorante – o alla sua totale mancanza, in certi casi. Hello summer!

Ci si sveste. Corpi liberi. Ed io, con il mio corpo, raramente sono stata in pace. Al massimo ci siamo concessi una guerra fredda e silenziosa anno dopo anno, stagione dopo stagione. Per nove mesi ho vinto io, ti sei sottomesso, mi hai dato soddisfazione, e siamo arrivati smaglianti alla data delle nozze. Poi per altri nove mesi siamo stati in tregua silente, mentre Bibo si faceva spazio mettendo entrambi alla prova. E adesso siamo qui, abbondanti ed insoddisfatti. 

Poi ci sono giorni peggiori e giorni “più meglio”.

Oggi è decisamente un giorno “più meglio”.

Stavo cullando bibo, per farlo addormentare, e, passando davanti allo specchio (quello integrale ed infido del corridoio) ho lanciato la solita occhiataccia al mio riflesso. Però, per una volta, ho sorriso, e ho deciso che le mie braccia, per nulla magre e ancor meno definite, sono belle così come sono. Sì. Belle. E me lo dico da sola.

Perchè queste due braccia (le uniche due che ho, dico sempre) sono il luogo in cui tu cerchi rifugio, dove tu ti abbandoni ai sogni più lievi e fantasiosi. Sono la tua fortezza. Nel mio abbraccio, stanne pur certo Bibo mio, troverai sempre un porto sicuro. Le mie braccia sono una guida, un sostegno, un incoraggiamento. Ti circondo d’amore. Le mie braccia, mentre ti cullano e ti sostengono, diventano quanto di più bello ed elegante ci sia al mondo. Sono come le braccia della Fracci nella più eterea delle esibizioni. Lunghe, forti, delicate, decise.

Ecco. Oh. L’ho detto.

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