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LA ISLA BONITA

Ci sono giorni che partono male, malissimo. E mentre corro al lavoro la radio mi sfotte e passa una sempiterna Madama Ciccone dei tempi d’oro, che canta “La Isla bonita”. E io riesco solo a pensare a quanto vorrei un bel margarida. Frozen. Gigante. Come quello che ci servirono a Palm Springs quando eravamo due sposini freschi di sì e senza pensieri.

E invece niente. Nemmeno un cappuccino perché oggi è martedì e il bar preferito è chiuso per turno. Vi ho già detto che odio il martedì? Lo odio come nemmeno il lunedì.

Ci sono giorni in cui vorrei solo sfogliare i triliardi di pin che ho salvato su Pinterest, mettere mano al cassetto delle stoffe e combinare qualche pasticcio con ago e filo. O in alternativa sdraiarmi sul divano a leggere un bel libro prima che scada la data di riconsegna in biblioteca. Oppure fare un giro in centro a guardare le vetrine, che ho un impegnissimo a Giugno e ci tengo a fare la mia porca figura, ma per il momento potrei tranquillamente presenziare infilata in un sacco di juta.

Ci sono giorni in cui avrei bisogno di una pacca sulla spalla, di sentirmi dire che sto facendo un buon lavoro, che non crescerò un bambino complessato, ingestibile o mammone.

E invece do il peggio di me. Urlo. Allungo persino una sculacciata. Sento il bisogno di allontanarmi dalla stanza in cui Bibo strepita e pianta grane come sono un duenne sa fare. Mi porta al limite. Mi porta anche oltre.

Poi usciamo di casa, entriamo all’asilo e lui fa a corsa per arrivare prima di me. E sta già ridendo e scherzando.

Avrà davvero dimenticato?

Ed io? Avrò mai indietro tutte le parole che giorno dopo giorno impiego ancora e ancora e ancora per illustrargli la vita? E se le avrò indietro, mi piaceranno?

ISLA

Sì, i piedi nella foto sono i miei. Piedini felici sulle sabbie di Mauritius. Provo a fissare questa immagine per qualche minuto, magari funziona. Magari arriva il margarida.

CINQUE PROMESSE E UNO SCIVOLONE

Quando si avvicina Agosto, divento un agglomerato strano di emozioni. Sarà che ad Agosto sei nato tu, Bibo mio, sarà che Agosto significa viaggiare e per me viaggiare è un verbo da amare. Come il mare, anche il mare è verbo, mai fermo.

Ed eccomi qui, sentimentale e sdolcinata nel bel mezzo di un’estate caldissima, a farti qualche promessa per il futuro. Che poi magari mi riserverò di non mantenere, sono la Mamma, posso. Vero?!

1. Prometto che mi spalmerò con te sul divano per guardare i cartoni animati. Ma attento. Sono cresciuta con i classiconi della Disney, quelli disegnati a mano. Ho standard alti, altissimi.

2. Prometto che leggeremo insieme favole, avventure, libri e fumetti. La mamma è una mangiatrice di libri. Spero che questa passione sarà anche la tua un giorno. E per questo resisto,  faccio l’anziana e non compro Kindle, Kobo et similia. Vorrei che tu, Bibo mio, imparassi ad amare il profumo della carta stampata prima. Il piacere di perdere tempo tra gli scaffali di una biblioteca. L’emozione nell’aprire un libro usato preso ad una bancarella e trovarci un pensiero, una dedica, una semplice data, una figurina dimenticata da chi ha letto lo stesso libro prima di te. (Poi ti racconterò di quella volta che Papo ed io abbiamo trovato una figurina Panini dimenticata in una Bibbia, a Las Vegas, true story).

3. Prometto che cercherò sempre di contare almeno fino a 10 prima di perdere la pazienza. Ok, a 5. Facciamo 3. 3 mi sembra molto più realistico. Tu porta pazienza con me ed insegnami a vedere le cose da un altro punto di vista. Non si sa mai eh, potremmo scoprire che insieme è tutto migliore.

4. Prometto che, quando porterai a casa i tuoi amici, farò sparire tutte le foto di quando eri piccolo. O forse no. Che dici, le teniamo buone per quando ci porterai a conoscere il primo amore? (Inserire ghigno malefico qui)

5. Prometto che mi siederò con te per terra e giocheremo fino a quando non ti sarai stancato. Che siano Lego, Didò, pile di cuscini con 40 gradi all’ombra o pony immaginari da accudire. I piatti possono aspettare, l’aspirapolvere lo passeremo domani, i panni sullo stendino non vanno da nessuna parte. Poi sbufferò quando mi ritroverò a fare lavatrici alle 11 di sera ma, almeno saprò di aver passato il mio tempo nel miglior modo possibile. E per fortuna abbiamo Papo, che va a fare la spesa e sbuffa molto meno della mamma quando è ora di cambiare la lettiera del gatto. Grazie, Papo.

6. Prometto, prometto…ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’infernoooooooo…

Ok, delirio, cancellate il punto 6.

E, se avete capito il riferimento, andate subito in un angolo a vergognarvi e a sentirvi un filino agée, io vado a cercare lo zainetto e vi raggiungo subito.

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ZENA, LA MUSICA E LA FOCACCIA

Vorrei fermare in questo post le immagini ed i ricordi di un weekend speciale e bellissimo.

Siamo scappati a Genova, a respirare aria nuova. 24 ore sono state sufficienti. Solo Papo ed io. Mentre Bibo a casa, si faceva straviziare dalla Nonna.

Che il mio amore per la Liguria abbia radici profonde ormai lo sapete e, nel caso in cui vi fosse sfuggito, trovate tutto qui.

Questa volta c’era anche l’incentivo di un concerto che aspettavo da tempo: Ben Harper di nuovo con gli Innocent Criminals. Mica pizza e fichi.

E niente, è stato tutto così bello e perfetto che mi sa che questa volta scriverò poche parole e vi lascerò più fotografie del solito, me lo concedete?

Per cominciare, appena arrivati al nostro B&B, che si chiama AL PICCOLO PRINCIPE e che vi consiglio caldamente nel caso in cui vogliate fare tappa a Genova, troviamo parole belle conosciute, che a me ricorderanno sempre un’amica bella e sorridente.


Dopo una doccia per lavare via la calura del viaggio siamo andati a perderci per i vicoli della città. E abbiamo passato il tempo con il naso all’insù a darci di gomito l’un l’altra per dire “Ooooh, guarda che bello!”.

Genova è sciatta e bellissima. Genova è verticale, fatta di scale e di carruggi. Di ombre. Di negozietti grandi come un camerino di H&M con focaccia e farinata da rimanerci unti tutta la vita. Una meraviglia.


  

Ho anche fatto shopping eh. 1€ speso benissimo!

E poi basta lasciarsi condurre dolcemente dalla città per arrivare al porto. E finalmente al mare.

Allora via, diamoci alla bella vita e al vinello bianco.

Poi finalmente lui. E la mia faccia ebete. E il caldo. Il vento dal mare. Le canzoni cantate al cielo con tutto il fiato che c’è.

  

Chapeau.

IL RICHIAMO DELLE SIRENE

Ho portato Bibo al mare, a Giugno.

Il mare a Giugno non lo vivevo da quando ero una ragazzina, eoni fa, in pratica. Da quando la nonna mi portava al mare in Liguria. Tutti gli anni nello stesso paesino, nella stessa pensione, nello stesso bagno. Cambiava forse la fila degli ombrelloni, ma tant’è. Tonino il bagnino cretino, sì, lo chiamavano proprio così dagli altoparlanti – pensate l’autostima – lui era sempre al suo posto. Anno dopo anno.

Fino a che non ho deciso che ero troppo grande per le vacanze con la nonna, o forse fino a che gli impegni della scuola non si sono imposti, ed era giunto il momento di vivere il mare diversamente, con le mie amiche.

Basta Liguria, avanti con la Riviera Romagnola.

Focaccia, gelato, ciliegie a merenda e odiose spazzolate tra i capelli salmastri sono stati sostituiti da notti in macchina e partenze all’ultimo minuto. Tende troppo piccole in campeggi troppo affollati ma tanto, chi ci ha mai dormito?

Spiedini di pesce e piadine ad orari improponibili, con ancora il sole ed il sale sulla pelle. Happy hour infiniti, risate, infradito, amori impossibili, amori travolgenti, lacrime, gavettoni, il profumo delle creme solari, della menta e del lime. Gli occhi che brillavano. Ballare sulla spiaggia e poi addormentarsi sulle sdraio mangiati dalle zanzare e inzuppati dalla guazza.

E adesso?

Dove sono finite quelle estati lì?

Quando avevamo il mondo in pugno e Settembre era lontano, oltre l’orizzonte, oltre il tempo di un’altra canzone, da cantare a squarciagola e con il friccico nel còre.

Adesso la prospettiva è decisamente cambiata.

Il mare è una ruota che gira. un movimento continuo di onde che hanno riportato sulla battigia secchiello, palette e formine. Via, svelti, fate sparire quei Mohjito.

Adesso il mare è diventato un tempo nuovo che scorre nei gesti del mio bimbo. Nella sua sorpresa davanti alle onde. Nelle corse verso la riva, attratto dal richiamo delle sirene che già una volta hanno cantato per la sua mamma.

Buon mare, Bibo mio.

Buona Estate. Per questa e per tutte quelle che verranno.


            

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POTREBBE PIOVERE

Ovvero, dell’importanza di una risposta secca al momento giusto.

Ovvero, decidetevi una buona volta.

Ovvero piove, non piove. Io vorrei, non vorrei, ma se poi.

E se? E ma. E bho.

E mi si nota di più se vado o, se non vado. Come diceva quello.

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

Insomma, ho la testa che fuma. Tutto perché sabato potrebbe piovere e noi abbiamo la gita alla fattoria didattica.

Qui lo dico e qui lo nego, il prossimo anno, quando ad Ottobre ci sarà da decidere i nuovi rappresentanti dei genitori, se mi farò incastrare un’altra volta ci cascherò di nuovo avete il permesso di prendermi a pedate.

— AVETE ASSISSTITO AL DELIRIO GRATUITO DI UNA MAMMA A FINE ANNO SCOLASTICO. —

(E siamo solo al Nido per l’amor del cielo, solo al nido!)

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Aspetto e spero

Aspetto.

Guardo il telefono ed aspetto che squilli.

Aspetto.

Sono qui, nel mio ufficio nuovo, con vista sul parco e luce che inonda la stanza. Avrei voluto raccontarvi di novità belle.

E invece aspetto che squilli il telefono.

Spero che diluiscano la mia ansia con buone notizie.

Spero che il nostro Pablo tiri fuori le unghie. Spero che il mio gattone buono come il pane sopravviva alla macchina che lo ha investito.

Spero che la persona responsabile di tutto questo dolore sia colta da incontinenza fecale vitalizia.

Aspetto e spero.

Che io non lo so, come sarebbe la vita a Casa Gombi, senza Pablo. Senza Pitu, come lo chiama Bibo.

Aspetto. E spero.

Pablo

LA RADIO

La radio, ma quanto piace a noi Gombi, la radio?

Un sacco. Ve lo dico chiaro e tondo. un sacco e una sporta, come si dice da noi.

La radio si accende con noi e per noi la mattina, mentre facciamo colazioni insieme e Bibo gorgheggia di “tototti” e “yoyo” (che tradotto dal Bibese sarebbero i biscotti e lo yoghurt) – sì, stiamo attraversando una fissa da yoghurt non indifferente. Se lasciassimo scegliere a lui sarebbero yo yo a colazione pranzo e cena. E merenda anche!

La radio è con noi.

Io canticchio stonata, Papo mi sfida a riconoscere le canzoni alla prima nota e Bibo tiene il tempo dondolandosi sulla sedie. Una famiglia di matti insomma.

La radio è accesa anche in bagno e l’ascoltiamo in stereo da stanza a stanza, nel nostro castello da quattromila stanze. Ironia portami via. Ormai ha completamente sostituito il televisore, che langue impolverato e occupa spazio utile con il suo sorpassato tubone catodico.

Abbiamo ovviamente una radio del cuore e un paio di giorni fa stavano chiedendo agli ascoltatori di raccontare la notte più memorabile della loro vita.

E io sono ancora qui che ci penso.

Il primo ricordo, affiorato come una bollicina, è stato quello di una notte del viaggio di nozze. Eravamo nella Death Valley e, in piena notte, saranno state circa l’una o le due, Papo ed io ci siamo ritrovati a fare bucato in una lavanderia deserta. Nessuno intorno a noi. Solo il silenzio e un immenso cielo stellato. Ci siamo sdraiati su delle panchine di legno che un pochino alla volta rilasciavano con un sospiro tutto il calore accumulato durante la giornata e siamo rimasti semplicemente lì, cullati dal rumore delle lavatrici a gettoni. Con il naso per aria a guardare la volta celeste in tutto il suo splendore. E a respirare.

Ah sì, quella è stata anche la notte in cui mi sonno innamorata. Innamorata perdutamente delle asciugatrici. Ma questa è un’altra storia.

Dico grazie alla radio, che fa da colonna sonora alle nostre giornate e ci regala sorrisi e riflessioni.

E adesso su, sputate il rospo. La vostra notte più bella?

Il/la primo/a che risponde “la prima notte in cui mio/a figlio/A ha dormito tutta la notte” vince.

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PPP

Se esiste la DPP (Depressione Post Partum) è altrettanto vero ed inconfutabile che esiste il PPP (Peso Post Partum) e, di come le due cose possano essere strettamente interconnesse, lascio a voi decidere.

Fatto sta che a Casa Gombi siamo ad ormai 10 mesi dalla nascita di Bibo e il mio corpo è fonte di lunghi sguardi e ancor più lunghi sospiri. Ma mica di compiacimento, sapevatelo. No perchè, se di una cosa in questo momento sono più che certa (a parte il fatto che nel mese di Agosto sia impossibile potersi permettere una vacanza sul suolo italico…) è che lo specchio non mi rimanda un’immagine nemmeno lontanamente soddisfacente.

Qui in Emilia il caldo è arrivato. Estate piena alla prima settimana di Giugno – check. Ce l’abbiamo. Di botto.

E allora ci si sveste. Bye bye calze coprenti, addio maglioni ingolfanti, au revoir jeans armatura. Benvenute infradito, vi aspettavo gonne lunghe, vi temevo canottiere scopri magagne. Siamo nuovamente nella stagione della guerra all’ultimo deodorante – o alla sua totale mancanza, in certi casi. Hello summer!

Ci si sveste. Corpi liberi. Ed io, con il mio corpo, raramente sono stata in pace. Al massimo ci siamo concessi una guerra fredda e silenziosa anno dopo anno, stagione dopo stagione. Per nove mesi ho vinto io, ti sei sottomesso, mi hai dato soddisfazione, e siamo arrivati smaglianti alla data delle nozze. Poi per altri nove mesi siamo stati in tregua silente, mentre Bibo si faceva spazio mettendo entrambi alla prova. E adesso siamo qui, abbondanti ed insoddisfatti. 

Poi ci sono giorni peggiori e giorni “più meglio”.

Oggi è decisamente un giorno “più meglio”.

Stavo cullando bibo, per farlo addormentare, e, passando davanti allo specchio (quello integrale ed infido del corridoio) ho lanciato la solita occhiataccia al mio riflesso. Però, per una volta, ho sorriso, e ho deciso che le mie braccia, per nulla magre e ancor meno definite, sono belle così come sono. Sì. Belle. E me lo dico da sola.

Perchè queste due braccia (le uniche due che ho, dico sempre) sono il luogo in cui tu cerchi rifugio, dove tu ti abbandoni ai sogni più lievi e fantasiosi. Sono la tua fortezza. Nel mio abbraccio, stanne pur certo Bibo mio, troverai sempre un porto sicuro. Le mie braccia sono una guida, un sostegno, un incoraggiamento. Ti circondo d’amore. Le mie braccia, mentre ti cullano e ti sostengono, diventano quanto di più bello ed elegante ci sia al mondo. Sono come le braccia della Fracci nella più eterea delle esibizioni. Lunghe, forti, delicate, decise.

Ecco. Oh. L’ho detto.

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PAROLE, PAROLE, PAROLE

Di sole parole non si vive, nemmeno in casa di giornalisti, figuriamoci a casa mia!

Però, presto o tardi, tutti ci siamo soffermati a rimuginare sull’importanza delle parole, ad assaggiarne una in particolare, a bilanciarne gli accenti in punta di lingua, a farla rotolare tra labbra e palato fino a soffiarla leggera nel mondo.

Leggere, pesanti, lunghe, brevi, sensate, ubriache, innamorate, arrabbiate, stanche, stressate, tristi o felici come non mai.

Le parole sono sempre con noi, nel bene e nel male, da quando scendiamo dal letto con un “Buongiorno!” – sperando sempre che lo sia davvero – a quando chiudiamo gli occhi e finalmente sospiriamo un lieve “Buonanotte…”.

Con le parole io ci lavoro, le traduco, troppo spesso le devo interpretare o assoggettare. Le parole non mi stancano, quasi mai. A volte mi fanno arrabbiare, quello sì, ma ah, che bei regali che fanno a volte le parole.

Questa volta le parole mi hanno fatto una sorpresa!

Un’amica, una donna bella e speciale, con un grande talento, mi ha ringraziata, a modo suo, per un piccolo pezzo che ho scritto per lei, una presentazione della sua storia, del suo lavoro. Lei si chiama Vale, Vale Raku per gli amici, è un’artista ed un’artigiana meravigliosa, una di quelle persone che quando le incontri sai che si sta creando un’alchimia speciale.

E proprio lei, a tradimento, con un paio di orecchini è stata la prima persona a “pagare” le mie parole.

Fatemelo dire, mi sono molto emozionata e anche un po’ commossa ma, avevo appena bevuto un margarida di quelli che spaccano la faccia quando mi ha fatto scivolare in mano gli orecchini, e quindi potrei non averle fatto capire bene quanto il suo gesto mi abbia fatta felice.

E quindi lo dico qui: grazie Vale Raku! Grazie di cuore e dal cuore.

 

PS: Se vi ho un pochino incuriositi, trovate i suoi lavori a questa pagina di Facebook.

PPS: Ma quanto sono belli?!
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LA BOMBA

Fermi tutti.

Ho sentito bene?! Ho forse le traveggole?!

Bibo ha detto “mamma”.

Bibo.

Ha.

Detto.

Mamma.

Mamma!

E la Mamma sono io!

Sbrodolo. Svengo. Mi commuovo come se non ci fosse domani. Gonfio il petto come un piccione in amore. Faccio la ruota che nemmeno quelle furbette che provano in tivvù gli assorbenti interni. Faccio Ultra Man (o meglio, Ultra Mum!!!) senza nemmeno le bombolette spray. Il giro del mondo in 80 secondi netti. Levatevi tutti. Corro.

Mio figlio mi chiama.

 

PS: Nella stessa settimana si sono concentrati Festa della Mamma – di cui vi parlo qui, il secondo Anniversario di Nozze Gombie, il compleanno di me medesima e…la prima parola del piccoletto è stata “Mamma” e non “Papà”…dico, voi ci vorreste essere nei panni di Papo in questi giorni?!?! ; )

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