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LA ISLA BONITA

Ci sono giorni che partono male, malissimo. E mentre corro al lavoro la radio mi sfotte e passa una sempiterna Madama Ciccone dei tempi d’oro, che canta “La Isla bonita”. E io riesco solo a pensare a quanto vorrei un bel margarida. Frozen. Gigante. Come quello che ci servirono a Palm Springs quando eravamo due sposini freschi di sì e senza pensieri.

E invece niente. Nemmeno un cappuccino perché oggi è martedì e il bar preferito è chiuso per turno. Vi ho già detto che odio il martedì? Lo odio come nemmeno il lunedì.

Ci sono giorni in cui vorrei solo sfogliare i triliardi di pin che ho salvato su Pinterest, mettere mano al cassetto delle stoffe e combinare qualche pasticcio con ago e filo. O in alternativa sdraiarmi sul divano a leggere un bel libro prima che scada la data di riconsegna in biblioteca. Oppure fare un giro in centro a guardare le vetrine, che ho un impegnissimo a Giugno e ci tengo a fare la mia porca figura, ma per il momento potrei tranquillamente presenziare infilata in un sacco di juta.

Ci sono giorni in cui avrei bisogno di una pacca sulla spalla, di sentirmi dire che sto facendo un buon lavoro, che non crescerò un bambino complessato, ingestibile o mammone.

E invece do il peggio di me. Urlo. Allungo persino una sculacciata. Sento il bisogno di allontanarmi dalla stanza in cui Bibo strepita e pianta grane come sono un duenne sa fare. Mi porta al limite. Mi porta anche oltre.

Poi usciamo di casa, entriamo all’asilo e lui fa a corsa per arrivare prima di me. E sta già ridendo e scherzando.

Avrà davvero dimenticato?

Ed io? Avrò mai indietro tutte le parole che giorno dopo giorno impiego ancora e ancora e ancora per illustrargli la vita? E se le avrò indietro, mi piaceranno?

ISLA

Sì, i piedi nella foto sono i miei. Piedini felici sulle sabbie di Mauritius. Provo a fissare questa immagine per qualche minuto, magari funziona. Magari arriva il margarida.

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CINQUE PROMESSE E UNO SCIVOLONE

Quando si avvicina Agosto, divento un agglomerato strano di emozioni. Sarà che ad Agosto sei nato tu, Bibo mio, sarà che Agosto significa viaggiare e per me viaggiare è un verbo da amare. Come il mare, anche il mare è verbo, mai fermo.

Ed eccomi qui, sentimentale e sdolcinata nel bel mezzo di un’estate caldissima, a farti qualche promessa per il futuro. Che poi magari mi riserverò di non mantenere, sono la Mamma, posso. Vero?!

1. Prometto che mi spalmerò con te sul divano per guardare i cartoni animati. Ma attento. Sono cresciuta con i classiconi della Disney, quelli disegnati a mano. Ho standard alti, altissimi.

2. Prometto che leggeremo insieme favole, avventure, libri e fumetti. La mamma è una mangiatrice di libri. Spero che questa passione sarà anche la tua un giorno. E per questo resisto,  faccio l’anziana e non compro Kindle, Kobo et similia. Vorrei che tu, Bibo mio, imparassi ad amare il profumo della carta stampata prima. Il piacere di perdere tempo tra gli scaffali di una biblioteca. L’emozione nell’aprire un libro usato preso ad una bancarella e trovarci un pensiero, una dedica, una semplice data, una figurina dimenticata da chi ha letto lo stesso libro prima di te. (Poi ti racconterò di quella volta che Papo ed io abbiamo trovato una figurina Panini dimenticata in una Bibbia, a Las Vegas, true story).

3. Prometto che cercherò sempre di contare almeno fino a 10 prima di perdere la pazienza. Ok, a 5. Facciamo 3. 3 mi sembra molto più realistico. Tu porta pazienza con me ed insegnami a vedere le cose da un altro punto di vista. Non si sa mai eh, potremmo scoprire che insieme è tutto migliore.

4. Prometto che, quando porterai a casa i tuoi amici, farò sparire tutte le foto di quando eri piccolo. O forse no. Che dici, le teniamo buone per quando ci porterai a conoscere il primo amore? (Inserire ghigno malefico qui)

5. Prometto che mi siederò con te per terra e giocheremo fino a quando non ti sarai stancato. Che siano Lego, Didò, pile di cuscini con 40 gradi all’ombra o pony immaginari da accudire. I piatti possono aspettare, l’aspirapolvere lo passeremo domani, i panni sullo stendino non vanno da nessuna parte. Poi sbufferò quando mi ritroverò a fare lavatrici alle 11 di sera ma, almeno saprò di aver passato il mio tempo nel miglior modo possibile. E per fortuna abbiamo Papo, che va a fare la spesa e sbuffa molto meno della mamma quando è ora di cambiare la lettiera del gatto. Grazie, Papo.

6. Prometto, prometto…ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’infernoooooooo…

Ok, delirio, cancellate il punto 6.

E, se avete capito il riferimento, andate subito in un angolo a vergognarvi e a sentirvi un filino agée, io vado a cercare lo zainetto e vi raggiungo subito.

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ANTO’ (FA CALDO)

Eccomi qui con il primo post tutorial-in-3-easy-steps su come tenere i bimbi freschi con la caldazza infame di questo lungo Luglio assolato.

Paura eh?!

Avreste ragione. Giuro che, almeno per il prossimo futuro, non mi trasformerò in una di quelle blogger colte da delirio di onnipotenza che si sentono in dovere di fare un tutorial per spiegare al mondo come fare un toast. Giuro. Ma poi oh, fa caldo e io potrei dare di matto da un secondo all’altro, quindi non garantisco che terrò fede al giuramento.

Dai. Su. Estate Italiana = caldo. Riusciremo mai a farcene una ragione?

Guardate le transumanze di turisti che ogni anno affollano le nostre spiagge, le nostre bellissime città, laghi e montagne. Loro se la spassano beati. Con tanto di bermuda orripilanti, occhiali da sole improponibili, creme solari a schermo totale color fluo in bella mostra sul naso e calzini bianchi infilati con orgoglio in sandali da frate. Che ormai sono stati sdoganati (oltre che dalle nonne italiane che mandano i bimbi alla baby dance in pigiama – ho le prove! O meglio, le ha la mia amica Linda) pure dagli stilisti più fessssion del pianeta. E no, vi prego, non andate su Google, vi fareste male agli occhi! Fidatevi di me, per una volta.

Resta il fatto che loro questo caldo se lo godono. Se lo vengono a cercare. Pagano pure. Mentre noi sbuffiamo e ci lamentiamo e rimaniamo appesi alle stroncanti notizie che danno la colonna di mercurio in netti picchi di salita giorno dopo giorno. I telegiornali ci lasciano abbacinati con notizie dell’ultimo minuto e novità assolute del tipo “Non uscite nelle ore calde e bevete molta acqua!”. Ma veramente? Giornalismo ad altissimo profilo proprio.

Anche io regalo al mondo la mia parte di sbuffi e di sudore. Ovvio.

Ma, se mi tocca di prendere la macchina alle due del pomeriggio con 38 gradi all’ombra per venire a lavorare, giuro che nulla mi potrà fermare nel caso in cui poi, mi salti in mente di tirare (virtualmente) il freno mano per un paio di ore, fare shopping scellerato, incontrare le amiche per un aperitivo che si trasforma in cena e poi finire in mutande sul divano di casa con un chilo (ok, era mezzo) di gelato e raccontare la mia giornata a Papo. True story.

Le ferie sono lontane. Il weekend anche. Ma mica si può passare il tempo a brontolare.

Forza, life must go on! O era sweat on?!

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POTREBBE PIOVERE

Ovvero, dell’importanza di una risposta secca al momento giusto.

Ovvero, decidetevi una buona volta.

Ovvero piove, non piove. Io vorrei, non vorrei, ma se poi.

E se? E ma. E bho.

E mi si nota di più se vado o, se non vado. Come diceva quello.

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere.

Insomma, ho la testa che fuma. Tutto perché sabato potrebbe piovere e noi abbiamo la gita alla fattoria didattica.

Qui lo dico e qui lo nego, il prossimo anno, quando ad Ottobre ci sarà da decidere i nuovi rappresentanti dei genitori, se mi farò incastrare un’altra volta ci cascherò di nuovo avete il permesso di prendermi a pedate.

— AVETE ASSISSTITO AL DELIRIO GRATUITO DI UNA MAMMA A FINE ANNO SCOLASTICO. —

(E siamo solo al Nido per l’amor del cielo, solo al nido!)

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DALL’ALBA AL TRAMONTO

Ovvero: la mia giornata con Bibo.

Ore 6 (barra 7 nei giorni di grazia. E comunque mai nei fine settimana.): SVEGLIA. Via, tutti giù dal letto, facendo ben attenzione a distruggere almeno uno zigomo della mamma ed assestare un calcio rotante sotto al mento di Papo. Che se no non c’è gusto.

Ore 6:15 con variabile di mezz’ora: COLAZIONE. Vuoi i tototti? No. Vuoi il latte? No. Vuoi i pallini (detti anche cereali)? No. Vuoi la torta che abbiamo fatto ieri insieme? No. Vuoi la briciola di pane rimasta nel piatto di Papo per sbaglio? Sì. E pianto un casino se non me la date. Subito.

Ore 6:30: CAMBIO. Con ampia gamma di strilli e contorsioni. Roba che alle volte penso si sia studiato gli allenamenti di Jury Chechi e della Comaneci solo per inventare una nuova disciplina olimpionica: il salto del pannolino. Dovreste vederlo.

Dalle 7 alle 8 abbiamo un paio di tentativi di lavaggio dei denti e del muso. Bibo vieni qui che ci laviamo i denti. No. Dai, per piacere! No. E via con una sinfonia di toni più o meno dolci e simpatici fin a che il nano non viene placcato da Papo e bene o male si rende presentabile per il nido.

Ore 8:05: Bibo viene scaricato, premurosamente eh, alle Tate, sempre siano lodate. E per quattro ore la sottoscritta va a rilassarsi al lavoro.

Ore 13:20: Torno a casa e mi si accoglie con urla modello Tarzan nella jungla. NANEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEIN. NANEEEEEEEEEEEEEIIIIIIIIIIIIIN. NANEIN! (Che tradotto dal Bibese sarebbe più o meno “Per piacere Mamma mi metti a nanna che sono un po’ stanchino?)

Qui le possibilità sono multiple.

A. Decide che dormire almeno un’ora è accettabile e io riesco a pranzare.

B. Decide che posso tranquillamente saltare il pranzo, visto che mi lamento della ciccia in eccesso, e si sveglia ad intervalli regolari di 15 minuti. Precisi.

C. Decide di essere meravigliosamente magnanimo e mi regala tre ore di nanna (quasi) ininterrotta durante le quali mi aggiro per casa come una ninja tentando di portare avanti bucato, cena ed altre amenità, votandomi alle divinità del silenzio e pregando forte che il postino non suoni due volte.

Quindi il risveglio e all’incirca a metà pomeriggio abbiamo il rito della MERENDA.

Adesso, sinceramente, questo bimbo al nido è conosciuto come “La Fogna”. Ha sempre mangiato tutto. Due volte, perché non si sa mai arrivi una carestia improvvisa e ci colga impreparati. Quindi questo periodo di rifiuto del cibo mi ha messa in profonda crisi. Solo yoyo. Lo yoghurt. Non vuole altro. E che sia servito nella sua coppetta preferita o rotoleranno delle teste (leggi: la mia).

Sbrigata bene o male la faccenda della merenda, ci si dedica alla meglio parte della giornata.

IL CASINO. Ovvero, come far impazzire la mamma in modo che quando Papo rientra dal lavoro la casa e la mamma diano l’idea di essere state colpite da un ciclone con mare forza nove.

E qui il nanetto da il meglio di se.

Corre per la casa ridendo come un matto e brandendo un pennello da blush come se fosse la spada laser di giovane Padawan.

Svuota, ripetutamente, la scatola dei Lego gettando ogni singolo pezzo in remote galassie parallele dove verranno recuperate più o meno in tempo per la festa dei suoi 18 anni.

Se lo trova a portata di mano, sminuzza meticolosamente un intero pacchetto di fazzoletti di carta. E per i vari pezzettini che ne derivano vedi sopra.

Decide di riarredare il salotto a suo personale ed insindacabile giudizio, smontando tutti i cuscini del divano in combinazioni improponibili. E qui, se siamo fortunati, qualche pezzo dei Lego effettivamente viene riesumato.

Si mette a preparare la pappa con pentolini e tutto quello che trova mentre io, orgogliosa e sull’orlo delle lacrime mi informo sull’età minima per partecipare a Masterchef. Che lo so, è pronto, io ce lo vedo.

Ritorna da me con cadenza costante per reclamare un biscotto. Per poi buttarlo per terra se cedo e gliene allungo uno. Questo ogni 15 minuti.

Importuna il gatto. Cerca di dargli il tonno di plastica. Ci rimane malissimo perché la povera bestiola gira le terga e scappa fuori di casa.

Si soffia in naso sul rivestimento del divano. O sul cuscino della sedia a dondolo. O sui miei pantaloni. Ad libitum.

In tutto questo io lancio occhiate languide all’orologio, sperando che succeda il miracolo e Papo compaia sulla porta a salvare il mio già precario equilibrio mentale.

Finalmente arrivano le 18. Arriva Papo. Sentiamo le chiavi girare nella toppa e Bibo si avventa urlando sull’ignaro papone facendomi sentire di troppo. Io, che in tutta la giornata non sono nemmeno libera di andare in bagno senza avere Bibo incollato come una cozza al proprio scoglio. Tzè.

18:30: BAGNETTO. E qui tutto fila bene o male liscio come l’olio. L’acqua ci piace. L’asciugacapelli è nostro amico. Il pannolino sempre meno. Vedi alla voce cambio e ripeti come sopra.

19 in punto guai a sgarrare: CENA. Amore ho fatto il risotto. Yoyo. Mannaggia a tutte le mucche da latte del mondo.

19:30 – 20: GIOCHI CON PAPO. E sono risate assicurate.

Poi in una tirata unica abbiamo la sequenza PIGIAMA – GOCCE DI FLUORO – LETTURA DEL LIBRO PREFERITO DEL MOMENTO – ACQUA – CIUCCIO – NANNA.

Guai ad invertire i fattori perché il risultato potrebbe cambiare. Tragicamente.

Se siamo fortunati alle 21 Papo ed io crolliamo sul divano e BUONANOTTE AL SECCHIO.

E dire che, una volta, alle nove di sera, più o meno cominciavano le nostre giornate da gggggiovani leoni.

WISHLIST

Ciao, mi chiamo Silvia, vi ricordate di me?

Io poco. Nell’ultimo periodo mi sono ricordata un sacco di cose, o per lo meno, ci ho provato.

Mi sono ricordata delle riunioni dell’asilo di Bibo, mi sono ricordata che, dopo aver fatto le lavatrici, i panni sarebbe cosa buona e giusta raccoglierli e, non dico stirarli, ma almeno piegarli e metterli nel posto giusto. Mi sono ricordata di scongelare la carne per la cena e pure di spegnere il forno prima di bruciare i biscotti. O la pizza, dipende dal momento. Mi sono anche ricordata le scadenze lavorative e nel frattempo della visita dalla pediatra per il check dei 15 mesi. Mi sono ricordata di essere gentile con il prossimo, almeno per la maggior parte del tempo. Ovviamente le rotonde in tangenziale sono territorio a parte e lì tutto è permesso. La guerra è guerra.

Ma in tutto questo, mi sono ricordata poco di me stessa, di chi sono, o di chi avrei voluto essere.

Ho bisogno di un promemoria.

Quindi adesso metto su i Pearl Jam pianino pianino, che Bibo sta facendo un pisolino, ascolto “Wish List” e cerco di fare una lista tutta mia, per provare a ricordarmi di me.

Di sicuro so che vorrei viaggiare, molto di più di quanto la vita non mi permetta di fare.
Vorrei fare bungee jumpin’ da un ponte del diavolo perso in un paesaggio d’autunno sugli Appennini Emiliani.
Vorrei parlare chiaro alle persone, comunicare la gioia sempre, ma anche e soprattutto la rabbia ed il dolore. Tenere dentro le scoregge fa male, figuriamoci le emozioni! Esternate gente, esternate!
Ma niente loffe sui mezzi pubblici o in fila dal medico, please.
Vorrei imparare a lavorare ai ferri. Per ora faccio guazzabugli tutti di dritto, ma ci vorrà aggiunto un pochino di rovescio presto o tardi.
Vorrei fare dei pon pon perfetti.
Vorrei un aggeggio della Dremel, che non so nemmeno bene il nome ma so che ci farei cose inutili e meravigliose.
E poi vorrei uno studio grande e luminoso dove poterci smanettare mentre ascolto la musica a tutto volume. Femminile eh?!? Tutta un pizzo questa fimmena, lo dico sempre.
Vorrei avere più tempo.
Vorrei essere la mamma che mio figlio merita.
Vorrei una casa tutta nostra.
Vorrei il lusso di non dover dipendere dagli altri per le mancanze di uno Stato che sperpera le mie tasse insieme alle speranze di avere una vita migliore.
Vorrei essere più ferma nelle mie decisioni.
Vorrei portare avanti i progetti che inizio. Per il momento non sono riuscita nemmeno a portare avanti il Positivity Challenge su Facebook, c’è ampio spazio di miglioramento.

Vorrei una marea di cose eh?!
Troppe dite?
Sognare non costa niente e a sognare son sempre stata brava.

Ecco. Questa è una cosa di me che proprio voglio ricordare.
Sogna ragazza, sogna.

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PPP

Se esiste la DPP (Depressione Post Partum) è altrettanto vero ed inconfutabile che esiste il PPP (Peso Post Partum) e, di come le due cose possano essere strettamente interconnesse, lascio a voi decidere.

Fatto sta che a Casa Gombi siamo ad ormai 10 mesi dalla nascita di Bibo e il mio corpo è fonte di lunghi sguardi e ancor più lunghi sospiri. Ma mica di compiacimento, sapevatelo. No perchè, se di una cosa in questo momento sono più che certa (a parte il fatto che nel mese di Agosto sia impossibile potersi permettere una vacanza sul suolo italico…) è che lo specchio non mi rimanda un’immagine nemmeno lontanamente soddisfacente.

Qui in Emilia il caldo è arrivato. Estate piena alla prima settimana di Giugno – check. Ce l’abbiamo. Di botto.

E allora ci si sveste. Bye bye calze coprenti, addio maglioni ingolfanti, au revoir jeans armatura. Benvenute infradito, vi aspettavo gonne lunghe, vi temevo canottiere scopri magagne. Siamo nuovamente nella stagione della guerra all’ultimo deodorante – o alla sua totale mancanza, in certi casi. Hello summer!

Ci si sveste. Corpi liberi. Ed io, con il mio corpo, raramente sono stata in pace. Al massimo ci siamo concessi una guerra fredda e silenziosa anno dopo anno, stagione dopo stagione. Per nove mesi ho vinto io, ti sei sottomesso, mi hai dato soddisfazione, e siamo arrivati smaglianti alla data delle nozze. Poi per altri nove mesi siamo stati in tregua silente, mentre Bibo si faceva spazio mettendo entrambi alla prova. E adesso siamo qui, abbondanti ed insoddisfatti. 

Poi ci sono giorni peggiori e giorni “più meglio”.

Oggi è decisamente un giorno “più meglio”.

Stavo cullando bibo, per farlo addormentare, e, passando davanti allo specchio (quello integrale ed infido del corridoio) ho lanciato la solita occhiataccia al mio riflesso. Però, per una volta, ho sorriso, e ho deciso che le mie braccia, per nulla magre e ancor meno definite, sono belle così come sono. Sì. Belle. E me lo dico da sola.

Perchè queste due braccia (le uniche due che ho, dico sempre) sono il luogo in cui tu cerchi rifugio, dove tu ti abbandoni ai sogni più lievi e fantasiosi. Sono la tua fortezza. Nel mio abbraccio, stanne pur certo Bibo mio, troverai sempre un porto sicuro. Le mie braccia sono una guida, un sostegno, un incoraggiamento. Ti circondo d’amore. Le mie braccia, mentre ti cullano e ti sostengono, diventano quanto di più bello ed elegante ci sia al mondo. Sono come le braccia della Fracci nella più eterea delle esibizioni. Lunghe, forti, delicate, decise.

Ecco. Oh. L’ho detto.

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EMILIA(NA)

Lunedì.

Uno di quei giorni che apri gli occhi e sei già in ritardo sulla tabella di marcia. Che metti giù i piedi dal letto e Bibo vuole giocare, subito, all’istante, e lui se ne frega se la spia della caffeina lampeggia in rosso con violenza al centro della tua fronte. Uno di quei giorni un po’ così insomma, che di grazia se riuscirai ad andare in bagno ed avere anche il tempo di tirare lo sciacquone.

Colazione, preparazione Razioni K (dette anche merenda di Bibo), rassetto veloce di casa alla boia d’un giuda e via, fuori dalla porta. Al lavoro. Ah no, le chiavi. Ah no, magari un bicchiere d’acqua bevilo se non vuoi morire disidratata. Ci sei. Ok. Fuori.

Macchina. Ah, la macchina…è diventata un’oasi di pace. Musica e paesaggio che scorre. In macchina, vi dirò, trovo persino il tempo di fare quella telefonata all’amica che se no chi la sente mai, o alla cugina che vive là, sui monti con Annette. Devo dire poi che a me va molto bene, per raggiungere l’ufficio sono circa 30 minuti di guida scorrevole, solo un paio di semafori e tanta, tanta campagna.

La ricca campagna della mia terra, dove le distanze sono scandite dai campanili e lo sguardo si perde su colline, vigneti e campi biondi di grano e belle speranze, che riesce a farmi sentire felice di vivere dove vivo. Oddio, ecco, una casina in Irlanda la sogno sempre, una capanna in spiaggia alle Mauritius non la disprezzerei, così come non sputerei sulle chiavi di un appartamento al Greenwich Village ma, oh, accontentarsi. Che alla fine in Emilia il bello, per trovarlo, non lo devi cercare a lungo.

A tavola, che ve lo dico a fare, è una poesia di cose buone, un trionfo di matterello e buonumore, eccellenze impareggiabili che tutto il mondo cerca di copiare. Qui in Emilia, per la strada, non si stupisce nessuno se passano motori lussuosi e rombanti accanto a trattori che sbuffano e cigolano la loro fatica. Abbiamo paesini piccoli ed ordinati che non sono mai anonimi dove ti aspetti che da un momento all’altro sbuchino Peppone e Don Camillo da sotto i portici. Abbiamo città belle ed eleganti dove perdersi tra arte, tradizione e modernità. Abbiamo a portata di mano sia il mare che la montagna. Puoi attraversare neve, grandine e pioggia nel raggio di pochi chilometri, per poi arrivare con il sole. Una volta avevamo anche la nebbia ma, boh, sembra che si sia persa per la strada.

Uscendo da casa mia, in un paio di minuti posso raggiungere il verde, imboccare una pista ciclabile che taglia per campi e frutteti, dove quando è stagione basta allungare una mano per rubare le ciliegie ancora tiepide di sole o cogliere una pesca e scappare via prima che arrivi il contadino con lo schioppo. Ditemi, non è fortuna questa?

Poi, ci sono mattine di primavera come quella di oggi, che ti lasciano la meraviglia negli occhi ed un momento di felicità nel cuore. Mattine di cieli bassi e nuvolosi, con un vento impertinente che spettina i pensieri e tu, guidando per andare al lavoro, ti guardi intorno e registri le immagini che scorrono veloci. Complici le piogge bibliche degli ultimi mesi i prati non sono mai stati così verdi, gli alberi sono già in fiore ed è un tripudio di giallo, di rosa, bianco, nuvole di leggerezza che corrono e si rincorrono fino alle montagne. Gli Appennini, familiari, rassicuranti. Là, in fondo, così vicini che ti pare ti poterli accarezzare allungando la mano.

E poi la sorpresa, la meraviglia, all’orizzonte stamattina, proprio dietro una curva, si sono alzate orgogliose le Alpi, bianche di neve, illuminate di rosa e di arancione dai raggi del sole nascente. Uno spettacolo della natura.

Allora sì, è proprio bello vivere qui.

Che poi l’altro lato della medaglia siano i comparti di produzione dell’industria delle piastrelle, l’insolenza dei clienti della Ferrari che si sentono tutti piloti di Formula 1 anche in tangenziale, anche con il limite dei 50, che ci siano le nubi pestilenti delle lavorazioni della carne e compagnia bella bhè, questa poi è un’altra storia. O meglio, un altro post.

Ma per oggi lasciatemi essere felice per un attimo, che è solo lunedì e ho finito i cioccolatini. Ciao.

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BECAUSE THE NIGHT

Post dedicato a tutte le mamme che hanno passato la notte con una piccola, adorabile, imprescindibile ed insostituibile scimmia di mare attaccata allo scoglio  ahem, al collo.

Lo so che non sono sola, mamme e papà prima di me hanno passato o stanno passando le stesse notti di delirio ed insonnia, una dietro l’altra e, sicuramente, in numero non inferiore a quello degli accidenti snocciolati la mattina dopo, al lavoro, quando bisogna spremere le meningi, raccogliere le idee, e ricordare ben bene che c’è tutto un mondo la fuori, che va avanti ad un altro ritmo, al di la dei pannolini da cambiare e delle tettarelle smarrite. Lo so.

Ma questo non mi impedisce di essere un tantinino esaurita quando, per la milionesima notte di fila Bibo piange e vuole me, solo me, infinitamente me. Niente Papo. Solo Mamma. Che culo eh?

E allora avanti e indietro, su e giù, culla e canta, canta e culla. Fino a diventare rauca, sbattendo contro mobili e stipiti, inciampando in ogni dove, ad occhi chiusi, avanti e indietro, su e giù, culla e canta, canta e culla. Con il cervello in stand by, un po’ per risparmio energetico (noi Gombi siamo eco sostenibili eh…) e un po’ perché altrimenti potresti realizzare che Bibo ancora non è crollato dopo 40 minuti di su e giù, o metterti a fare due conti e renderti conto che, un altro poco, e la camminata per salire a S. Luca sembrerà un gioco da ragazzi, curva delle orfanelle compresa. Una volta, nelle mie peregrinazioni notturne per la casa buia, credo di aver avuto un’idea geniale del tipo “Domattina chiedo a Papo se mi monta uno ski-lift tra l’ingresso ed il bagno, giusto il percorso per cullare Bibo, così la notte mi ci appendo come un sacco di patate e mi lascio portare…” Geniale proprio eh?! No?!? Dite?! Ok. Per me invece era da brevettare. Sono incompresa. Meglio tenere il cervello in stand by allora, mi darete atto.

Ultimamente poi, Bibo è un pozzo senza fondo di muco, un anziano in miniatura che la notte non smette mai di tossire, sputacchiare, brontolare e scarcagliare. La meglio compagnia insomma. E allora, si sa (!!!) l’unica pace la si trova tra le braccia di mammà – la quale mammà, alle cinque del mattino, con il pensiero delle ore in ufficio che sono lì, ad un canto del gallo di distanza, getta la spugna e prende il piccolo moccioso nel lettone.

Quindi, non me ne voglia l’immensa Patti, ma io mi prenderei una bella licenza poetica e cambierei il ritornello di una delle sue canzoni più famose di sempre.

Cantate cone me:

BECAUSE THE NIGHT BELONGS TO…MOTHERS, BECAUSE THE NIGHT BELONGS TO US…

E se volete, ho trovato anche le magliette, qui!!!Mai sciatte, nemmeno in ciabatte (e assonnate e sporche di moccio etc etc…)

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BOLOGNA, SEI BELLA

Sabato di sole e noi siamo scappati fuori, al volo.
Bologna sei bella, Bologna ti amo.
Bologna mi perdo tra i tuoi portici, i miei ricordi e le facce della gente che passa.
Di anni ne sono passati dai tempi dell’Università, ma oggi, con indosso una gonnellina svolazzante, l’eskimo e un paio di DrMartens, lo ammetto, mi sono sentita leggera.

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